Formazione · settembre 2026
«Per lui tutto va al rallentatore»: Antonelli, i simulatori e i ragazzi che scrollano
A proposito di apprendimento e differenze generazionali, prendo spunto da quanto affermato da Toto Wolff, che ha spiegato perché Kimi Antonelli, vent'anni, sembra guidare una Formula 1 diversa da quella degli avversari. «Per lui tutto va al rallentatore», ha detto a Monza il team principal di Mercedes.
Il 6 settembre Antonelli ha vinto il Gran Premio d'Italia partendo diciannovesimo, con 26 sorpassi, e oggi guida il mondiale con 66 punti di vantaggio su George Russell.
Wolff attribuisce quell'effetto rallentatore ai simulatori usati fin da bambino, e descrive così la generazione che fuori dall'autodromo liquidiamo volentieri come quella dei ragazzi che scrollano.
In aula o in azienda, con quale criterio distinguete il giovane che si allena da quello che si disperde?
Cosa dice la ricerca
Secondo Wolff, un bambino di cinque o sei anni al simulatore impara abilità cognitive senza accorgersene e arriva in Formula 1 con molta più capacità di interazione disponibile (Reuters, 8 settembre).
Il fenomeno ha un nome dal 1967, quando Fitts e Posner chiamarono autonomo lo stadio dell'apprendimento in cui il gesto chiede poca attenzione e libera risorse.
Una meta-analisi dei ricercatori dell'Université de Genève (2018) attribuisce ai videogiochi d'azione un miglioramento di attenzione e cognizione spaziale, pari in media a un terzo di deviazione standard negli studi sperimentali, con un rischio dichiarato di sovrastima.
La Griffith University, su 71 studi e 98.299 partecipanti (2025), associa invece un uso maggiore di video brevi a un'attenzione e a un controllo degli impulsi più deboli. Sono correlazioni, che non provano un rapporto di causa.
Un'etichetta sbagliata
Per questo l'etichetta dei ragazzi che scrollano è concettualmente sbagliata, perché nomina il movimento di un pollice e tace su ciò che il cervello esercita. Sotto la stessa parola finiscono il simulatore e il flusso scelto da un algoritmo.
Nemmeno la plasticità dei nativi digitali è diversa, perché il cervello di un bambino è sempre stato più malleabile di quello adulto. È cambiato ciò che trova davanti a sé, e a quale età.
La plasticità consolida ciò che si ripete, sicché lo stesso meccanismo che rende automatico un sorpasso rende automatica la distrazione.
Quella di Wolff resta l'osservazione di un team principal sul proprio campione, che ignora i molti bambini cresciuti al simulatore e mai arrivati in Formula 1.
I miei consigli
Affidate ai più giovani in azienda le simulazioni complesse fin dall'inserimento, affiancandoli a chi ha il giudizio che la velocità non garantisce.
Chi fa formazione con gli adulti ricordi che la plasticità si attenua con l'età senza spegnersi.
«Dobbiamo rendere automatiche e abituali, il più presto possibile, quante più azioni utili possiamo, e guardarci dal prendere pieghe che rischiano di nuocerci, come ci guarderemmo dalla peste» (William James, Principi di psicologia, 1890).